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IL RAFFINATO DESIGN DI ALBERTO MATTEUCCI “COLORE, PASSIONE, MODERNITA”

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Dal corriere di Roma di r.b.

Oggi è il design d’un divano, rigoroso e lezioso al contempo, ad ispirarmi una passeggiata nell’arte. Si tratta del divano disegnato dall’interior designer romano Alberto Matteucci, della Tenco, società di arredamenti alberghieri, artefice dei raffinati complementi d’arredo che arricchiscono le sale di alcuni tra i più prestigiosi alberghi del mondo, tra i quali il De Russie di Roma, Le Richmond di Ginevra, Hotel de Rome di Berlino, Villa Kennedy di Francoforte, Astoria di Firenze, il Four Seasons di Firenze e molti altri. Semplice e complesso al contempo, il divano Matteucci incoraggia l’esternazione delle sensazioni che evoca. Ha una struttura sottile ma imponente, ricca di personalità, che riesce ad isolarsi per rappresentare un’icona dell’esistenza contemporanea, dove un cartesiano rigore congeniale a Le Corbusier è mitigato da un sensualismo antico.

La forma e lo stile rievocano tempi lontani, infatti, ma interpretati da occhi moderni: pura avanguardia accarezzata da un senso persistente di estetica dannunziana e narcisistica raffinatezza. Ebbene, il divano Matteucci è l’espressione piena di quelle passioni, narrandole con la voce infervorata che si leva dai colori, dal tessuto, dalla comodità avvolgente. Nondimeno le assonanze stilistiche col passato si fermano qui, poiché l’antico è nulla più di una morbida e discreta citazione; il resto è nella funzionalità e nell’originalità estetica, tese alla rimodulazione del presente, alla geniale interpretazione del futuro: avrebbe giusta dimora al Moma di New York. La spalliera ed i braccioli sono lievemente incurvati verso l’esterno, quasi si tratti di un fiore che schiude i propri petali a chi voglia accomodarsi in esso e, lì, come si conviene in un luogo di segreta armonia, chiudere gli occhi, rilassare la mente, volare verso i lidi di un sé fin troppo dimenticato, proteso verso spazi aperti, verso un cielo infinito che accarezza il corpo, solletica la mente. Quiete, dunque, silenzio, sensualità travolgente, ma anche una forte, emozionante modernità. La forma trapezoidale della doppia spalliera racchiude, infatti, l’anelito dell’uomo moderno al Dio che ha ucciso o, forse, dello scienziato all’universo ignoto; l’assenza del cuneo appuntito di un triangolo ne sottolinea, però, la morbidezza d’intenti: non stupra il cielo, ma vi si accosta con delicatezza, vi si connette con grazia, esprimendo un geometrismo meno esasperato di quello urlante di Kandinsky. L’eleganza della sua forma racchiude un’infinita potenzialità comunicativa, una proporzionata prossemica dell’ambiente in relazione all’oggetto, che sarebbe tanto piaciuta a Frank Lloyd Wright. I colori, poi, esprimono identità con la luce stessa. Si affiancano l’un l’altro: colori freddi che si contraggono, esprimendo luce e, dunque, perfezione, oggetto primo della tensione intellettuale dell’uomo, e colori caldi che si espandono verso il sentire materiale e sensuale. E’ esattamente questo il compito dell’artista, soprattutto del designer: comunicare sempre nuove immagini di quell’interiorità che l’essere umano riempie di ricerca, di anelito alla sintonia perduta con il mondo che lo circonda e che cambia costantemente. La chaise longue di Le Corbusier, ad esempio, coniuga pelle e metallo a significare la fusione di due differenti ere, la primitiva, che nella concia trovava abiti e giacigli, e la contemporanea, in un cammino che porta l’uomo al centro degli elementi, supportato da essi; il divano di Matteucci, che, nella forma e nel colore, esprime un perfetto coniugio tra funzionalismo contemporaneo ed antica raffinatezza, interpreta il perenne divenire emotivo, le contraddittorie, continue passioni racchiuse nell’evoluzione. E l’arte diviene un modo di vivere oltre che di sentire.

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